Nel 1906 Gaele Covelli è ormai un pittore, un artista. La lezione morelliana è appresa, digerita e interiorizzata da tempo, il successo di Idillio Fugace è unanime ed indiscusso, l’interesse per i ritrattisti inglesi ed americani, per i preraffaelliti, è ancora lontano e raggiunta la “ nota individuale – ci dice Frangipane – smorzato il verismo con gli apporti impressionistici, trovata una fusione di qualità della pittura napoletana con elementi più raffinati” dà alla luce una delle opere più affascinanti della sua produzione, il grande Autoritratto al cavalletto, incorniciato da una tela scorciata e pronta, con in mano tavolozza e pennelli, la casacca da lavoro ed il berretto alla Rembrandt, il genio dell’autoritratto, quasi a voler suggerire anche nella trattazione del colore e della luce, la lezione fiamminga.
Rimane fortissimo il tratto romantico. Il quadro, esposto a Milano nel 1906 e premiato all’Esposizione internazionale di Parigi, è il racconto intimista che Covelli fa di sé stesso insistendo sulla mascella forte, sul sorriso tirato e sulla profondità dello sguardo di cui fa un abisso di oscurità, di penombra mentre offre alla luce gli strumenti dell’arte.
Testi a cura di Melissa Acquesta

