Nel 1898 Covelli aveva terminato gli studi a Napoli, ottenuto i primi meritati successi e viveva a Firenze dove, nello stesso anno, partecipava all’ Esposizione Promotrice di Belle Arti con La scuola di nudo e Patriota calabrese, entrambi i quadri molto ammirati, e secondo un giornale locale meditava un viaggio a Parigi che non sappiamo se abbia o meno intrapreso.
Nel dipinto sembra esserci l’accenno di quell’evoluzione stilistica dovuta all’incontro con Stefano Ussi e la volontà di allentare gli schematismi accademici o lui familiari fatti di grande attenzione alla pennellata verista per abbandonarsi, più o meno consapevolmente, al lavoro di bilanciamento fra i cromatismi.
L’aspetto bonario, il riccio ribelle, il cravattino9 dal nodo imperfetto rimandano la familiarità del rapporto con l’artista che fa, ancor più qui che non nel ritratto del fratello, di ogni pennellata una carezza.
La tela, che reca la dedica “Al caro zio Domenico” risente, dal punto di vista dello stato conservativo, dell’essere stata costretta all’interno di una cornice ovale.
Testi a cura di Melissa Acquesta

